Erica Jong e la poesia senza paura

Erica Jong e la poesia senza paura

Confesso che ero indecisa su chi pubblicare: in verità la poesia è così bella e mi attrae talmente tanto che, ogni volta, m’innamoro di un autore o torno – dopo attente riletture – ad alcuni classici il cui messaggio è sempre più vivo e palpitante.

Erica Jong è l’autrice di numerosi best seller e raccolte di poesia. L’ho incontrata, simpaticamente, dopo averla citata in rete con #ImWoman di Libreriamo, dunque sono andata ad approfondire subito. Il suo fascino mi ha stregata più di sempre e così ho risolto ogni dubbio. Sono lieta di avere questa grandiosa autrice fra i miei contatti: è una mia follower su Twitter e, la cosa, mi entusiasma smisuratamente. Ricordo che Isadora Wing, la sua protagonista schietta, disinibita e diretta, è l’antenata rivoluzionaria di tutte le donne moderne.

Oltre “Paura di volare“, tra i suoi libri più conosciuti vediamo “Come salvarsi la vita“, “Fanny“, “Paracadute e baci“, “Ballata di ogni donna“, “Ricorderò domani“, “Che cosa vogliono le donne” e “Il salto di Saffo“, tutti pubblicati in Italia dall’editore Bompiani.

La Jong ha ricevuto numerosi premi internazionali tra i quali il Bess Hokin Prize per la poesia, il Sigmund Freud Prize per la letteratura, lo United Nations Awards For Excellence in Literature e il Premio Fernanda Pivano.

Rinomata al grande pubblico per i suoi romanzi, Erica Jong è anche una poetessa: per dirla con un suo titolo, non dobbiamo avere mai “Paura di volare” quindi, con voi, spiego le ali nella silloge a seguire.

Cos’aspettiamo? Io rileggo anche il romanzo – oltre le poesie – e, qui, condividiamo.

Invierò un messaggio all’autrice, così da raccontarle che in Italia, grazie a questo bel Blog di Libreriamo, siamo tutti con Isadora Wing e con chi l’ha pensata: Mrs Erica Jong.

Spieghiamo le ali insieme!

 

Nel paese di Sylvia Plath (titolo)

Non ha niente da dirmi
la pelle del mare.

La vedo immergersi
in se stessa –

oltre la campana-medusa
che non suona per nessuno.

Volontà del ritorno.

A Londra, in una fradicia
mattinata londinese,
la vedo seduta
a piegare e piegare se stessa,
il rombo del sangue come pioggia
battente alle finestre del cuore.

Questo paese le si addice –
il mare, la pioggia
e il lutto
che quasi rima con Otto.

Osceno bisillabo,
un poco indugia
nel ventre
della casabocca.

Io sto qui,
assaporo il suo suono,
salino.

Hanno creduto che la tua morte
fosse l’ultima poesia:
un libro nero
con i caratteri d’oro in copertina
e pagine color cenere.

Io penso di no:
la pazzia
non crede
alle metafore.

Quando cominciasti a sentire
la deriva dei continenti
sotto i piedi,
il risucchio marino
e ogni atomo dell’aria
avvelenato,
perdesti il lusso della similitudine.

Grida di gabbiani, conchiglie rotte,
la costa erosa.
Qui finisce l’America
sprofondando
negli abissi.

Si muore diversamente
in California.

Marilyn ristagnava
nella pellicola,
il fotogramma si è inceppato
e la luce l’ha corroso.

Bronzina a platinata,
Ariel a Ondina
infine nessuna,
ti immergevi in te stessa
e le tue poesie
ti hanno ingoiata.
Che potevamo dirti allora?

***

Sanguino –
Bacerai le mie dita
tagliuzzate?

***

Ho maledetto le maledizioni.
L’aria è schiarita
e io sto qui a scrivere,
respirandoti.

***

Essere donna significa
eterno conflitto.

***

La nascita è l’inizio
della solitudine
e la solitudine l’inizio
della poesia.

***

Abbiamo tentato di stabilire
le leggi del bisogno d’amore:
quella scopata sul sedile
posteriore e la morte che ti accarezza.

***

Siamo inchiostro e sangue.

***

Attraversami nel buio:
vedrai la luce.

***

Mettimi controluce:
vedrai poesie.

***

Donne amare, scorre latte
sotto questa poesia
ciò che fu seminato col sangue
darà un raccolto di miele.

***

Medito sulle ossa nostre
solo perchè sfumino
con meno rimpianto.

***

Meditando nell’immobile loto
la mente prende il volo
e sfiora papaveri rosso sangue
ed erica viola,
come una farfalla.

***

So le mie ossa solo
un gabbia da morto.
Meditando vedo il cranio,
un teschio con dentro
candele accese.
Forse sono solo i soli di
altre galassie.

***

Una donna che punisce se stessa
col proprio dolore
è davvero un avversario feroce.

***

Versi scelti di Erica Jong

 

Paola Cingolani

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Paola Cingolani

Mi chiamo Paola Cingolani, classe ’68, e scarabocchio – anche in versi – appena posso. Leggo molto, soprattutto di poesia. Vivo e sono nata in una cittadina rivierasca dell’Adriatico centrale. Ho studiato per fare l’insegnante ma ho lavorato nel commerciale. In rete sono blogger da anni, qui mi occupo di poesia: spero di trasmettere un po’ di buono.

“Perché amo la poesia? Perché – secondo me – la poesia è la sola forma di linguaggio realmente contaminata dai sentimenti umani. A poterla definire direi che, a differenza d’ogni altro scritto, è con la poesia che le parole tentano di raccontare massimamente la vastità d’ogni animo: sia narrandone la gioia che il dolore.

Parlare poeticamente di dolore è come attribuirgli un senso, una maggiore dignità. Descrivere le sofferenze dalle quali è costellato il nostro cielo con i versi, in un certo qual modo, ci aiuta a sublimarle.

Parlare dei rari momenti di gioia che viviamo, con una silloge poetica, è come dare a questi stessi un respiro assai più ampio, è renderli immortali nella nostra memoria.

Questo è impossibile con tutto il resto: col giornalismo, con la storia… con tutte le altre forme di narrazione siamo eticamente e moralmente tenuti a scrivere qualcosa che non ci appartiene completamente, qualcosa che è stato vissuto da altri.

Poetare è un po’ come “infinitarsi” e donare al mondo la parte migliore di sé.

Per queste ragioni, soprattutto, credo nella poesia quale potentissima espressione artistica e – insieme – letteraria dell’anima.

Ciò non basta per dare la definizione dell’universo mondo poetico ma è utile a rendere l’idea di come lo vivo io, in prima persona.”

Paola

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